“Una terza guerra mondiale?”

“Una terza guerra mondiale?”

Di Salvatore Baronelli, Sociologo – Antropologo – Dott. in Scienze della Comunicazione

 

Da tempi immemori fiumi e fiumi di inchiostro sono stati versati sull’argomento guerra,  nero parassita di ogni tempo, i più condannandola senza riserva alcuna, definendola  come “il male dei mali” che, a cadenze cicliche,  puntualmente si ripresenta,  quasi come se rinascesse dal nulla traendo nuova linfa e nuova forza vitale dall’odio degli uomini, a volte radicandosi così forte ad un territorio tanto da protrarsi all’infinito e trovare sempre e comunque terreno fertile (vedi il conflitto tra Russia ed Ucraina, i paesi arabi, gli innumerevoli scontri nel continente africano, per non parlare delle popolazioni con tendenze autonomistiche che abitano la vasta nazione cinese), quasi come fosse un batterio che immettendo pericolose tossine nel corpo compete con le cellule sane per accaparrarsi il nutrimento, danneggiandole  ed attecchendo sempre più nell’organismo che lo ospita,  fino a creargli un danno biologico. Non tutti i parassiti però sono uguali e anche se di solito “il ciclo vitale del parassita è più breve di quello dell’ospite e si conclude prima della morte dell’ospite stesso”, a volte, ed in questo caso si dovrebbe, più correttamente, parlare di parassitoide più che di parassita, l’ospite indesiderato rimane nell’organismo fino alla morte di quest’ultimo, difatti “a differenza del parassita propriamente detto, il parassitoide termina il suo ciclo vitale oppure la fase parassitica del suo ciclo vitale causando la morte dell’ospite”. Continuando, dunque, questa similitudine, nella quale paragono la guerra ad un parassita, resta da sperare che per un territorio la guerra sia solo un parassita e non un parassitoide e che, per quanto danneggiata e ferita, una popolazione colpita da un conflitto abbia la forza di rialzarsi e ricostruire un futuro per le sue generazioni e non rimanga vittima inerme e senza domani a causa del parassitoide. Il pericolo esiste, non facciamoci illusioni e non se le facciano i paladini più accaniti delle soluzioni armate alle controversie internazionali, non ha senso parlare di giustizia sociale e di esportazione della democrazia occidentale, la guerra è quella che è e non può essere chiamata in altro modo.

 

Fino a un anno fa la guerra ci sembrava lontana.

Anzi ci sembrava “altra” rispetto al mite occidente, a un’Europa che ci aveva regalato settant’anni di pace meritandosi anche un premio Nobel nel 2012.

Lo scorso febbraio questa sorta di immunità che l’Europa sentiva di avere rispetto alla guerra, però, si è spezzata sotto i cingoli dei carri armati russi che hanno invaso l’Ucraina.

Così il parassita è tornato nel corpo del nostro continente portando un’infezione che rischia di espandersi pericolosamente.

Non solo perché le minacce degli oligarchi russi non sono da sottovalutare, ma soprattutto perché quando in qualche modo un conflitto viene tollerato (e quello in Ucraina è difatti tollerato poiché non si è andati al di là di una condanna inefficace per quanto unanime) potrebbero riemergere delle tensioni per anni sopite anche in altri territori diffondendo così l’infezione.

Se continuiamo con la similitudine guerra-parassita, è naturale chiedersi dunque quale sia la cura ma soprattutto il vaccino per curare o scongiurare il contagio.

Verrebbe altrettanto naturale rispondere che il vaccino è la cultura. Una cultura fatta di memoria che è proprio quella che è riuscita a garantire settant’anni di pace. Proprio in questi giorni, a ridosso del ricordo della Shoah, penso sia utile e anzi fondamentale fermarsi a riflettere sulla guerra e sulle sue conseguenze. Facciamolo insieme.

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